Vangelo della domenica
DOMENICA 15A DEL T.O. - C PDF Stampa E-mail
Scritto da Don Piero   
Sabato 10 Luglio 2010 21:39

Il ferito ed il buon Samaritano

 

Il vangelo di questo giorno ci riporta una delle più celebri parabole di Gesù ed ascoltandola, come non pensare all'abbé Pierre, a madre Teresa, a sorella Marie-Emanuellle che, tra molto altri, hanno incarnato la figura del "Buono Samaritano" per il nostro tempo. Questo per dire che il vangelo è un programma umanitario, che la chiesa è un'istituzione filantropica? Le opere realizzate da questi giganti ce li rinviano alla loro causa nascosta: chi li ha motivati? Una doppia lettura della parabola è necessaria.

 

UN UOMO DI LEGGE CHIEDE UNA SPIEGAZIONE SULLE LEGGI.

Per mettere Gesù in imbarazzo, un dottore della Legge gli pose questa domanda:

- Maestro che devo fare io per avere la Vita eterna?

Domanda capitale, posta globale della vita umana: non chiudersi in una vita animale fuggitiva, ma ricevere la vera Vita che i nostri cuori chiedono, la Vita di Dio, la Vita eterna. Da buon specialista delle leggi, l'uomo mette subito l'accento sul suo comportamento: CHE COSA FARE? Ma questo dottore della legge non è onesto: è una trappola che tende. Gesù gli risponde sullo stesso piano.

Gesù gli chiese: "Nella Legge, che cosa c'è scritto? Che cosa leggi? ." L'altro rispose: "Amerai il Signore il tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima, con tutte le tue forze e di tutto il tuo spirito - ed il tuo prossimo come te stesso." Gesù gli dice: "Hai risposto bene: fa' così e tu avrai la Vita."

Mentre in Marco e Matteo, è Gesù che ha il genio di avvicinare queste due esortazioni separate nella Bibbia, amore di Dio = Deut 6, 5; amore del prossimo = Lev 19, 18, Luca osa attribuire questa trovata allo scriba ebraico. Ha letto molto le Scritture: nel mezzo di tutte le osservanze prescritte, ha compreso che Dio esigeva solamente l'amore. Gesù approva la sua lettura: infatti l'essenziale è amare. Fa' dunque ciò che hai letto e vivrai.

Ma egli, volendo giustificarsi, dice a Gesù,: "E chi è il mio prossimo dunque? ."

Infatti la domanda concreta è qui perché, nel Levitico, "prossimo" sembra designare il compatriota. Ma interrogando il tipo, l'uomo si mette al centro: considera gli altri a partire da lui come gli individui più o meno lontani. Amare i suoi, sì; ma i vicini, le persone antipatiche, gli stranieri?... Fin dove devo io stendere il cerchio delle mie relazioni affettive? Chi escludere? Chi non è degno del mio amore?.... Gesù silura questo egocentrismo.

 

LA PARABOLA DEL BUONO SAMARITANO

Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

 

Parabola straordinaria che, in modo sottile ed immaginoso, fornisce al dottore della legge una serie di lezioni essenziali.

 

1. Gesù ha condotto il suo interlocutore a non valutare più chi, intorno a lui, meriti di essere chiamato il "suo prossimo!". Non ha più da localizzare più o meno gli altri lontano da lui: è lui che deve farsi prossimo, che deve diventare vicino.

2. Il centro, non è l'io ma anzitutto colui che soffre, che è in difficoltà, che chiede soccorso, che aspetta aiuto.

3. l'amore non può passare oltre, non si riduce ai sentimenti, alle idee: deve essere atto! Bisogna agire, votarsi, dare il proprio tempo, il proprio denaro, le proprie cure. La pietà non è che un'emozione sterile: deve mobilitare, trasformare lo spettatore in attore.

4. rievocando in contro-tipi, "un prete" ed un "levita", Gesù mette in guardia contro un culto che si chiude nei riti, delle preghiere, delle cerimonie e non osa compromettersi. Le mani sacerdotali "dedicate" devono dedicarsi proprio ai sofferenti, devono osare sporcarsi. È l'indifferenza che li renderebbe sporche.

5. prendendo come esempio un Samaritano, Gesù scuote lo scriba legato alle sue concezioni: un uomo delle tribù del nord - giudicate eretiche, detestate dai “buoni” Giudei dunque - può rimostrare ai preti del tempio, può avere più cuore, più amore dei liturgisti.

 

"CHE COSA DEVO FARE PER VIVERE? " chiedeva l'uomo. "Fa' ciò e vivrai" ha risposto Gesù. Basta leggere le Scritture, interpretarle, trarne delle lezioni, applicare i loro ordini? Interrogato da uno scriba legalista, applicato a fare mient’altro che gli si è insegnato, Gesù ha risposto sullo stesso piano.

 

INTERPRETAZIONE CRISTOLOGIQUE

Tuttavia i Padri della chiesa dei primi secoli non facevano questa lettura morale della parabola: rivoltandola completamente, insegnavano questo.

Uomo, chiunque tu sia, tu sei il ferito sulla strada della vita. Avendo perso le tue origini divine, sei incapace da te stesso di raggiungere la tua. Nel mezzo della tua strada, davanti all'esperienza dei tuoi limiti invalicabili, sentendo che la vita ti scappa, ferito da tutte le parti dalle insidie, sofferente della tua debolezza, schiacciato dalla miseria del mondo, cerchi un salvatore. Sei deluso dalle persone sacre che passano senza soccorrerti, per le liturgie che non cambiano il tuo cuore, per i discorsi che ti prostrano di lezioni, per le leggi che ti sovrastano e ti costringono senza che riesca ad adempierle.

Chi mi salverà? Chi mi darà la Vita? L'uomo è solamente "un essere-per-la-morte?"

Ma ecco Gesù, che, per disprezzo, veniva trattato da samaritano: Gv 8, 48,: Vede l'umanità coricata nel fossato, che perde la vita, ed è Preso Alle Viscere: verbo capitale di cui l'uso è riservato sempre nei vangeli a Gesù (Luca 7) 13; 15, 20.

Non dà ordini: Si avvicina, divide la condizione umana, Cura con I Sacramenti (olio del battesimo e vino dell'Eucarestia); Conduce AlLa locanda che è evidentemente la chiesa che è incaricata di curare i feriti, le vittime, tutti i malati, il male brutto, i peccatori che siamo tutti; Egli Paga, per il suo sangue, offre il perdono; Dà Due Denari, confida i due comandamenti che sono ifinalmente praticabili perché vissuti con Lui! ); e Promette il Suo Ritorno (unica altra allusione nella parabola del re che ritornerà alla fine dei tempi: Luca 19, 15.

Poco prima questo passo, Gesù pregava davanti ai suoi discepoli: "Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. " (10, 21.

Il nostro scriba, dottore in Scritture, "saggio ed intelligente", cercava una lezione da applicare, delle ricette per Fare. Ai suoi "piccoli" discepoli, Gesù "rivela" che devono Lasciarsi Fare: non sono più degli alunni prostrati dagli ordini da compiere. Il Salvatore si è reso vicino a loro, dà loro la sua Vita: d'ora in poi, liberati della gogna delle leggi e dell'egocentrismo, centrati sul loro Signore in mezzo a loro, diventati il suo prossimo, riempiti della forza del suo Spirito, diventano capaci di farsi i "buoni samaritani" uni degli altri e di ogni uomo.

Gesù non è un "giurista", la fede non è una morale. La Legge è sostituita da qualcuno.

All'uomo di legge, Gesù poteva dire solamente: "Fa' e vivrai." Al credente, dice: "Con me, vivi e tu farai."

Così dunque la stessa storia si legge ad un doppio livello. L'abbé Pierre, madre Teresa e Sr M. Emanuelle confidavano che non erano dei campioni della devozione: erano stati incontrati, perdonati, rimessi in piedi dal Signore Gesù. Perché era diventato vicino a loro, vivevano con Lui; dividevano i suoi Sacramenti nella Sua Chiesa; lavoravano nella beata Speranza Della Sua Venuta. Centrati su lui, potevano decentrarsi e potevano farsi il prossimo di tutti.

Solo l'amato può amare. Solo il peccatore perdonato può comprendere lo sconforto del peccatore. Solo il curato può curare.

Gesù, nostro Buono Samaritano, sei venuto nella nostra condizione mortale.

La nostra angoscia ti fa soffrire ed accendi in te un immenso amore di misericordia.

Ci hai introdotti nella casa della chiesa.

Che questo Amore ricevuto diventi amore condiviso.

 

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 16 Luglio 2010 20:00
 
XIV Domenica del Tempo Ordinario PDF Stampa E-mail
Scritto da Don Piero   
Sabato 03 Luglio 2010 12:47

QUATTORDICESIMA DOMENICA DEL T.O. - C

Dire a tutti cosa vuol dire stare vicino al Signore.

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. È un ordine del Signore. Un ordine urgente dato non agli Apostoli, bensì ai settantadue "discepoli." Cioè, a tutti i cristiani. Quell'ordine doveva risuonare nelle nostre orecchie ed  essere tanto efficace come lo fu nel momento in cui lo diede verbalmente a quegli uomini che stavano vicino a Lui. Perché oggi, come ieri, il cristiano deve essere un uomo disposto a camminare per tutti i posti per annunciare agli uomini che è loro vicino il regno di Dio. Il cristiano deve essere un uomo in cammino, che si sente un “viatore”. Proprio tutto il contrario di come appare generalmente, sedentario e pigro che vive comodamente installato nelle sue sicurezze, senza avere l’ansia irresistibile di raccontare agli altri che cosa ha scoperto stando con il Signore.
E’  chiaro che chi sta per mettersi in strada e andare dagli uomini a dir loro qualcosa, deve avere qualcosa da dire. Altrimenti, si capisce l'immobilità e l'inerzia. Quei settantadue discepoli che partirono dietro il comando di Gesù, avevano una missione concreta ed un incarico determinato per il cui compimento andavano perfettamente equipaggiati. Certamente che non erano sapienti né importanti; certamente  non facevano parte dell’establishment qualificato dell'epoca; sicuramente apparivano come uomini comuni, sconosciuti, piuttosto insignificanti. Ma, certamente, avevano vissuto vicino a Gesù, l'avevano scoperto, avevano cercato di comprendere le sue parole, i suoi gesti, le sue aspirazioni ed i suoi desideri. Avevano percorso con Lui le strade della Giudea e di Galilea, l'avevano visto perdonare ai peccatori, curare i malati, dare vita ai morti, moltiplicare il pane per saziare la fame più dura. L'avevano sentito parlare di Dio come di un Padre che aspetta sempre l'uomo, che è disposto a riceverlo con le braccia aperte nonostante le sue piccolezze ed la sua pigrizia. Infine, quegli uomini erano pieni di Gesù, era un po' come la sua ombra, cercavano di riprodurre il suo stile. Loro sì che avevano qualcosa da dire. E per quel motivo li inviò in tutti i luoghi affinché, in un certo modo, gli preparassero la strada, fossero "battistrada" e preparassero i suoi uditori per comprendere meglio il Signore che li andava a visitare.
Dovevano predicare il Regno di Dio e riempire gli uomini di pace. Poiché tale era il loro fine, Gesù ordina loro che non portassero niente per la strada. Bastava loro la sapienza che avevano imparato da Lui, raggiunta nella prossimità al Signore, ottenuta per la convivenza quotidiana. In realtà, quegli uomini, che il Sig. inviava alla "sua messe", erano perfettamente qualificati per la mietitura. Tuttavia, e per evitare delusioni, Gesù li avverte delle serie difficoltà della loro missione con una similitudine molto espressiva: sono come agnelli tra lupi, situazione che non deve essere certamente comoda. Il cristiano, oltre ad essere un uomo in condizione di camminare, deve essere anche disposto a camminare non precisamente per strade di rose, anche se il suo messaggio è un messaggio di pace e prosperità, senza scartare che, spesso, le massime difficoltà vengono da quelli che si dicono anche discepoli di Cristo, da quegli uomini profondamente e sinceramente religiosi.
Quello che è certo, di fronte a questo Vangelo, è che il cristiano non è un uomo che deve rimanere con la scoperta gioiosa della buona notizia, ma deve sentire l'urgenza di comunicarla agli altri. In primo luogo, dovrà scoprirla ed assimilarla, cioè, scoprirla e trasformarla in vita propria. Ha poi l'imperiosa necessità di raccontare agli altri la cosa più importante che c’è nella vita dell'uomo:  trovarsi con Dio. Allora è necessario parlare agli altri quale può essere, per esempio, la profondità di una relazione familiare quando Dio è presente nella famiglia; di come si amplia l'orizzonte di relazione con l'uomo quando nell'uomo si vede un fratello, figlio dello stesso Padre; come allora si fa realtà quella preziosa frase di Paolo che nessun problema umano è solo degli altri; allora è impossibile passare con indifferenza davanti ad una gioventù che si droga o davanti ad un anziano che piange di solitudine e di abbandono;  allora la giustizia appare come un'esigenza indiscutibile. Allora il cristiano ha l'urgenza di parlare perfettamente agli altri dell'allegria di una professione compiuta, precisamente perché quella è la volontà di Dio e così si riesce ad avvicinare il suo Regno al mondo. Potrebbe dir loro come è possibile, quando si è vissuto vicino a Cristo, dire non le tante cose facili che ci sono offerte, che non resistono un'analisi comparativa coi criteri cristiani.
Senza nessun dubbio, il cristiano deve "andare" dagli uomini con un messaggio. La cosa importante è che abbia qualcosa di interessante da dire.
In molte occasioni dovremmo confessare che il nostro messaggio risulta straordinariamente insipido e spento, gli manca "fascino", non attira nessuno, proprio perché non ha previamente attirato noi. Nessuno dà quello che non ha.


Ultimo aggiornamento Sabato 10 Luglio 2010 06:58
 
Nessuna riserva - domenica 27 Giugno PDF Stampa E-mail
Scritto da Don Piero   
Domenica 27 Giugno 2010 16:40

NESSUNA RISERVA - DOMENICA XIII DEL T.O. – C (Domenica 27 Giugno 2010)

 

Il vangelo di Luca comincia così: "Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme ." Ed in due occasioni abbiamo trovato questa espressione: "di passaggio" durante le domeniche passate. In quelle successive, il vangelo di Luca ci parlerà di questo cammino di Gesù verso Gerusalemme, verso il luogo della sua Pasqua. San Luca vuole esemplificare, mediante questa estesa narrazione del cammino di Gesù verso Gerusalemme, quello che deve essere la nostra vita cristiana: una sequela di Gesù, un camminare con Lui, anche noi verso la Pasqua.

- Dobbiamo essere eroi per seguire Gesù? Tuttavia, già oggi, in questo vangelo, ci troviamo con una difficoltà. Gesù sembra mostrarsi molto radicale, molto esigente - diremmo quasi intollerante - con tre uomini che vogliono seguirlo. E ciò pone a tutti una questione: è necessario essere un eroe, un santo, per seguire Gesù Cristo? Questione decisiva per noi, perché immagino che tra noi ci siano pochi eroi e pochi santi, ma è anche vero che vogliamo seguire Gesù Cristo. E se per essere cristiano (= seguace di Gesù Cristo), è necessaria una condotta eroica o una santità perfetta, non riconosceremo che supera le nostre possibilità? Questo ci spaventa e probabilmente con ragione: chi osa - passata la prima gioventù - fare professione di eroicità o di santità? Le esigenze di Gesù Cristo sono radicali. Ma ci dice anche il vangelo che chi in realtà lo seguiva (gli apostoli, le donne che andavano con lui, gli altri discepoli...) non erano eroi né esempi di perfezione. Oggi stesso abbiamo letto che Giacomo e Giovanni volevano che scendesse fuoco dal cielo per farla finita con la gente di un paesino che non aveva voluto riceverli. Quante volte troviamo nei vangeli dimostrazioni di vigliaccheria, di incomprensione, di vanità, di liti tra gli apostoli... E non per questo Gesù Cristo li respinge o nega che possano essere i suoi discepoli.

Come unire questi aspetti? Da un lato, l'esigenza radicale di Gesù come condizione per andare con lui; dall’altro, in realtà chi lo segue sono uomini e donne coi loro difetti e peccati. E’ interessante notare che il vangelo di Luca è quello che accentua più l’uno o l’altro aspetto. Gesù Cristo è esigente e non scende a patti con la mediocrità, ma non chiede come condizione previa l'eroicità.

Possibilmente ci aiuti a comprendere tutto questo il fissare dove Gesù Cristo situa la sua radicalità, che cosa è quello che Egli esige come condizione per seguirlo. E vedremo che Gesù Cristo non esige che Pietro o Giovanni o Giacomo o Maria Maddalena o chiunque lo segua, si trasformi in un momento in eroe o in un essere perfetto. Comprende la loro vigliaccheria, i loro difetti, i loro peccati, Ma quello che si esige è che non mettano condizioni per seguirlo, che non si riservino niente. Cioè che confidino illimitatamente in lui, che siano disposti a lasciarsi trasformare, che vogliano seguirlo sempre di più.

- Noi ed il nostro cancro. Questo è sicuramente il nostro problema: ci sono zone della nostra vita che riserviamo per noi stessi, nelle quali crediamo che dobbiamo comportarci secondo i nostri criteri e non secondo quelli di Gesù.

Siamo disposti a seguirlo alcune ore della nostra vita, in alcuni aspetti. Ma in altri, no. Mettiamo condizioni a Gesù Cristo: in questo o in quello, non ti mettere. Più ancora: pretendiamo di scendere a patti con Gesù Cristo, siamo tanto abituati a pattuire,: io farò questo o quello, ma lasciami più tranquillo di quello là.

Allora queste zone della nostra vita che ci riserviamo e che spesso sono molto importanti per noi: il nostro modo di comportarci quando si tenta di guadagnare denaro, o di volere dominare e servirci degli altri, la nostra relazione quotidiana fatta di durezza o di cattivo umore con quelli di casa, etc. etc., queste zone si trasformano in un cancro della nostra vita cristiana. Perché Gesù Cristo non pretende che siamo eroi o santi, ma vuole che ci consegniamo senza riserve né condizioni al suo Spirito che può trasformarci sempre di più.

Il problema, nella nostra vita cristiana, non è che non abbiamo una salute perfetta, non è che riusciamo a liberarci da qualunque malattia; il problema è che da un lato del nostro corpo, della nostra vita, non lasciamo circolare il sangue di Gesù Cristo, la forza trasformatrice del suo Spirito. Il problema è il cancro che non strappiamo e che va crescendo in noi fino ad ammazzare il nostro dinamismo di sequela di Gesù Cristo. Per quel motivo Gesù Cristo è radicale. Perché sa che riservandoci questi pezzi della nostra vita, non lo potremo mai seguire. Per quel motivo, ogni domenica, vuole che rinnoviamo il memoriale della sua offerta totale per noi. Affinché c'incoraggiamo a darci anche noi, senza condizioni. E non smette mai di aspettare.

 

Ultimo aggiornamento Martedì 29 Giugno 2010 19:35
 
Il cammino di Gesù verso la Croce PDF Stampa E-mail
Scritto da Don Piero   
Sabato 19 Giugno 2010 21:07

IL CAMMINO DI GESÙ VERSO LA CROCE – DOMENICA XII del T.O. – C (20.06.2010)

 

Per incominciare l'estate ascoltiamo questa domenica un messaggio molto serio: Luca ci presenta il cammino di Gesù, l’annuncio della sua morte e della nostra salvezza. Il brano del vangelo di oggi termina il racconto del ministero in Galilea per cominciare quello della "salita a Gerusalemme."

 

Il vangelo si presenta in tre parti:

- la confessione di Pietro a Cristo,

- l'annuncio della passione

- la condizione per diventare discepoli: prendere la croce ogni giorno e seguire Cristo.

Il messianismo di Cristo che Pietro confessa, è interpretato subito da Gesù nella chiave del Servo che va a realizzare precisamente la sua missione attraverso la passione e la morte, ed inoltre è detto a tutti quelli che lo vogliano seguire che devono imitare questo stesso atteggiamento di rinuncia e offerta. In Luca - a differenza di Matteo - l'affermazione di Pietro non segue l'annuncio del suo ministero nella Chiesa, bensì di quello della passione di Gesù. Prospettiva che si conferma dal tono della prima lettura di Zaccaria. Pertanto, il tema centrale del messaggio deve considerarsi quello della morte salvatrice di Gesù. Un tema pasquale per eccellenza, e pertanto, anche "domenicale"; sembra poco "opportuno" per la nostra stagione estiva, ma è centrale nella fede cristiana e nell'annuncio di Luca.

- Questa domenica ascoltiamo il primo annuncio della Passione di Gesù. "Il Figlio dell'Uomo deve soffrire... ". Il piano salvifico di Dio è un mistero di solidarietà profonda col dolore ed il male dell'uomo.

La lettura dell'AT ci prepara a questa visione salvifica del dolore: Dio realizza la salvezza e la riforma d’Israele attraverso la "grazia" e la clemenza: “guarderanno a colui che hanno trafitto".. Sia chi sia, la persona alla quale si riferisce questa frase (Yavhé stesso, l'offeso stesso soffre?), il NT ha interpretato la profezia riferendola a Cristo, cfr. Gv 19, 37. Si annuncia la salvezza dell'umanità - di nuovo il trionfo dell'amore e del perdono sul nostro peccato - per il cammino di sofferenza di uno, sulla linea dell'ultimo canto del Servo di Yavhé che si consegna per gli altri, caricandosi delle loro colpe.

 

- UN MESSIANISMO DIFFICILE DA CAPIRE

 

L'idea del messianismo che avevano i discepoli, ed in concreto Pietro, era molto differente da quella di Cristo. Per essi l'inviato ed unto di Dio avrebbe portato a termine la sua missione con una certa aria trionfalistica, politica, sociale. Cristo reinterpreta immediatamente la confessione di Pietro nella chiave della sua offerta fino alla morte: la Croce e la Risurrezione sono il cammino della nuova alleanza di Dio con l'umanità. La Vita è arrivata - per Cristo e per noi - attraverso un'esperienza profonda di dolore e sofferenza. Un'eco ancora della Pasqua: ed ogni domenica celebriamo lo stesso avvenimento centrale, ed in ogni eucaristia condividiamo la stessa Pasqua di Cristo. Nel Triduo Pasquale fissiamo il nostro sguardo su colui che hanno trafitto e ci rallegriamo per la sua vittoria. Ma la Pasqua è un fatto tanto profondo ed smisurato che ogni domenica ci riuniamo per celebrarla e lasciare che il Risorto ci comunichi tutta la sua forza salvatrice.

 

- PERCHE’ VOGLIAMO SEGUIRE GESÙ

Luca scrive il suo vangelo pensando anche alla comunità ecclesiale e alla storia di difficoltà e di sofferenza - che già nel suo tempo sperimenta -. Qui ci ricorda le parole di Gesù: "chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce"...

La sequela di Gesù è la stessa strada che Egli ha percorso. Essere cristiani è conformarsi a Cristo, fare propri i suoi atteggiamenti vitali. In questo caso, il suo atteggiamento di "offerta per gli altri, fino alla morte, per la salvezza dell'umanità. L'annuncio della passione di Gesù è anche l'annuncio della nostra passione. La sua rinuncia è anche condizione di vita per essere cristiani. Non si tenta di cercare occasioni straordinarie di eroicità: la "croce" di ogni giorno, le prove che ci porta la vita, quel costante sacrificio delle nostre relazioni con gli altri, la nostra offerta, il nostro atteggiamento di discepoli del Servo, essendo anche noi servi...: tutto questo suppone un'ascesi difficile, ma che ci dà la grande occasione di contribuire con Cristo, attraverso la sofferenza, alla salvezza dell'umanità.

 

Il "rivestirsi" di Cristo, (2^ lettura), il "guardare" a colui che hanno trafitto, (1^ lettura), non hanno nel nostro quotidiano traduzioni molto solenni, forse, ma molto significative, e che mostrano la nostra volontà di sequela di Cristo. Il mondo in cui viviamo c'inculca il messaggio di un'allegria facile e di una felicità economica: il vangelo di Cristo ci mette davanti la serietà dell'amore di Dio che vince il male attraverso il dolore e la morte di suo Figlio.

Celebrare l'Eucaristia, mangiare il "Corpo offerto", bere il "Sangue versato" di Cristo, è assumere noi stessi questo atteggiamento di sacrificio pasquale di Cristo.

 

 

 

Ultimo aggiornamento Martedì 22 Giugno 2010 11:11
 
Solennità del Corpus Domini PDF Stampa E-mail
Scritto da Don Piero   
Venerdì 04 Giugno 2010 15:23

Dove c'è pane, lì c’è Dio

Si racconta una bella storia intorno alla festa liturgica del Corpus Domini che sorse tardivamente nella Chiesa, nel 1264. Per la composizione della Liturgia della festa, furono invitati i due migliori teologi di quel tempo: il domenicano Tomaso d’Aquino, sarebbe qualificato come "doctor angelicus", ed il francescano Buonaventura, che fu chiamato sia “doctor pius” sia, soprattutto, “doctor seraficus”. Intervenne per primo san Tomaso e lesse davanti al Papa e ai cardinali l’Adoro te devote. Quando finì la lettura, san Buonaventura cominciò a stracciare l'inno che egli stesso aveva composto, affermando che era tale la bellezza dell'inno appena letto che non valeva la pena ascoltare quello che egli aveva composto. E l’ Adoro te devote è passato nella liturgia, i suoi versi sono astati accompagnati dalle più belle melodie gregoriane..., noi siamo rimasti col desiderio di conoscere quello che aveva scritto Buonaventura i cui resti rimasero nelle maniche del suo saio francescano.

Questa storia può servirci da cornice alle considerazioni di oggi. Delle letture che abbiamo ascoltato, salta visibile il gran parallelismo tra il racconto dell'istituzione dell'eucaristia che riporta san Paolo nella Lettera ai Corinzi, e la narrazione della moltiplicazione dei pani presentata da Luca.

C'è unanimità nell’ affermare che il testo di Paolo è il racconto più antico dell'istituzione dell'eucaristia che possediamo, anteriore ai racconti dei tre evangelisti sinottici e che, senza dubbio, riporta del materiale prepaolino che serve di base a tutti loro: le celebrazioni dei cristiani quando condividevano con gioia il pane nelle loro case. Quello che aggiunge Paolo sono le ultime parole del racconto: "Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga." Questo aggiunta paolina riflette la sua convinzione che esiste un'inseparabile unità tra l'eucaristia e la morte e la resurrezione di Cristo; il vissuto della consegna di Gesù è inseparabile da una corretta relazione tra i fratelli.

Precisamente Paolo porta il racconto dell'istituzione dell'eucaristia dopo avere valutato e criticato le relazioni tra i cristiani di Corinto che si riunivano nelle case a "condividere il pane", ma mentre alcuni nuotavano nell'abbondanza, altri erano nella necessità.

Il racconto della moltiplicazione dei pani è riportato dai quattro evangelisti, prova della sua importanza. È indiscutibile l'allusione all'ultima Cena e la celebrazione dell'eucaristia. Lo mettono in evidenza soprattutto quelle espressioni: "Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. "

Luca sottolinea meno i pesci - il pesce si trasformerà nella prima Chiesa in simbolo di Cristo - e si incentra nei pani. È interessante che il racconto ometta la parola "moltiplicare", che potrebbe essere in un valore simbolico. È anche importante che il vangelo di Luca situi questo fatto al termine e come culmine della missione di Gesù in Galilea, insieme alla confessione di Pietro in Cesarea di Filippo e alla trasfigurazione. Immediatamente dopo, Gesù prende la decisione irrevocabile di salire a Gerusalemme, e questa salita alla città sacra sarà il filo conduttore dei capitoli seguenti del terzo vangelo. È importante anche il protagonismo che si conferisce ai discepoli. Gesù dice loro: "«Voi stessi date loro da mangiare».", ed anche: "«Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa»." Saranno gli stessi discepoli quelli che raccoglieranno gli avanzi - in greco klasmata, termine che utilizza la Didaké per riferirsi alle particelle della frazione eucaristica - e lo fanno in dodici cesti - un'altra allusione ai dodici discepoli -.

C'è una poesia splendida del vescovo Pedro ·Casaldáliga-P:

"Dove c'è pane, lì c’è Dio...
Il Bibbia è un menù di pane fraterno.
L'universo è il nostro tavolo, fratelli.
Le masse sono affamate.

E questo Pane è la sua Carne,

fatta a pezzi nella lotta,

vincitore nella morte.
Siamo famiglia nella frazione del pane.
Solo dalla frazione del pane potranno riconoscerci.
Siamo pane, fratelli."

Sono parole di un vescovo, compromesso con la causa dei poveri in Brasile, e che devono rimuovere le nostre coscienze.

Perché, a che cosa ci servono le nostre celebrazioni eucaristiche - nelle quali continuiamo a spezzare il pane - se dopo non ci spingono, non ci spronano, a condividere il pane che ci costa realmente condividere, quello del nostro denaro, il pane del nostro benessere, il pane della nostra attività, del nostro tempo, delle nostre persone?

"Dove c'è il pane, lì c’è Dio", o meglio, "dove c'è pane condiviso, lì c’è Dio." La Bibbia è un menù di pane fraterno, una chiamata continua e, molte volte, dura a condividere quel che abbiamo e siamo. Siamo famiglia cristiana, siamo figli di Dio, non perché facciamo più o meno celebrazioni eucaristiche splendide, bensì nella frazione del pane, nel pane che si condivide. Solo dalla frazione del pane, potranno riconoscerci. È quello che diceva duramente Paolo: vi risulta "impossibile mangiare la cena del Signore., perché ciascuno prende prima il proprio pasto, e così uno ha fame, l'altro è ubriaco", e finisce dicendo: "Ciascuno esamini se stesso e poi mangi di questa pane e beva di questo calice, perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la sua propria condanna." "Senza" riconoscere il corpo, cioè senza riconoscere quello che significa la vita del Signore che si è dato nell'eucaristia e che ci richiama a vivere come Lui in un mondo nel quale bisogna dire che "l'universo è il nostro tavolo, fratelli."

Per quel motivo è importante che il racconto di Luca sottolinei tanto il protagonismo dei discepoli, dei seguaci di Gesù. Noi desidereremmo che i miracoli venissero dal cielo: che Dio facesse cadere una nuova manna e anche le quaglie sugli affamati di questo mondo o che fossero gli organismi internazionali ed i responsabili delle nazioni quelli che trovassero i necessari mezzi di aiuto. E, tuttavia, Gesù, il cui corpo condividiamo nell’eucaristia, ci segue ripetendo: "Voi stessi date loro da mangiare"; " Fateli sedere sull'erba per potere mangiare." Non possiamo dimenticare mai quella rivoluzione del cuore che gli uomini, ognuno di noi, dobbiamo realizzare giorno per giorno.

È splendido l’” Adoro te devote” di Tomaso d’ Aquino, scelto dal Papa e dai cardinali, che ha causato l'abbandono umile di san Bonaventura. È un canto alla divinità nascosta sotto le forme di pane e di vino, più nascosta ancora di quando si nascondeva nella croce, perché non la percepiscono né la vista, né il tatto, né il gusto. È il pane che dà la vita all'uomo ed il che un giorno potrà contemplare a viso scoperto godendo della visione.

Agli storiografi e ai liturgisti sarebbe piaciuto conoscere quello che scrisse e strappò san Bonaventura. Chissà, forse il santo francescano esplicitò quello che insinua Tomaso d’Aquino, chiamando Gesù "pio pellicano", che si squarcia il petto per offrire il proprio sangue per nutrire i suoi piccoli: il centro del sacramento è la "divinità nascosta", latens deitas, che passò la vita facendo il bene, dando da mangiare agli affamati e che oggi continua a ripeterci: "«Voi stessi date loro da mangiare»."

Ultimo aggiornamento Sabato 12 Giugno 2010 08:08
 
«InizioPrec.12Succ.Fine»

Pagina 1 di 2