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Rassegna Stampa
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IMPOSSIBILE MA VIVO, di Fabio Cavallari |
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Scritto da Fabio Cavallari, da Tempi
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Martedì 16 Giugno 2009 15:19 |
Impossibile ma vivodi Fabio Cavallari Diciotto anni fa lo schianto, il coma, poi la sentenza: «È un tronco morto». Finché un giorno Massimiliano si è svegliato. E ha abbracciato quella mamma ostinata Agosto 1991. Massimiliano Tresoldi ha diciannove anni. Con alcuni amici decide di trascorrere le ferie in Puglia, nella terra d’origine della famiglia. Carugate-Vieste. È il suo primo viaggio in automobile di una certa importanza. L’andata non presenta particolari problemi, la vacanza procede serenamente. Finché la combriccola, dopo qualche giorno, decide di cambiare destinazione. Obiettivo: le discoteche della riviera. A Massimiliano quella variazione non piace, perciò accompagna gli amici fino a Rimini, poi si rimette in auto per tornare a casa. È la notte del 14 agosto, e a Carugate nessuno sa ancora di questo rientro anticipato. Fino al giorno dopo, il 15 agosto, quando Lucrezia ed Ernesto, i genitori, ricevono quella telefonata. Li informano che Massimiliano è in ospedale: ha avuto un incidente nei pressi di Melegnano, alle porte di Milano, verso le 7 di mattina. È gravissimo, non c’è tempo da perdere. Da quel momento la vita dei Tresoldi di Carugate cambierà radicalmente. Il figlio è in coma, la sua vita è appesa a un filo. I medici non lasciano spazio a speranze. Massimiliano viene trasferito al Fatebenefratelli di Milano, terapia intensiva. Referto senza appello: il “cervelletto” è tranciato, non ci sono possibilità di recupero. Dopo 72 ore la soluzione sembra una sola: staccare il respiratore artificiale. Solo i due medici che prendono servizio alla sera suggeriscono di aspettare ancora per verificare se il ragazzo riesce a vivere senza l’ausilio delle macchine. Esiste un paradosso: gli esami sono ottimi, Massimiliano è sano, ma è in coma. Potrebbe non svegliarsi più e alla famiglia viene spiegato chiaramente. Qualcuno dice: «È un tronco morto». Ma lui resiste, e dopo qualche giorno respira autonomamente. In terapia intensiva Massimiliano resta più di un mese, senza mai dare segni di risveglio. I medici escludono sviluppi positivi. È necessario il ricovero in un reparto di lunga degenza, spiegano, ma un “comatoso” richiede un’assistenza particolare, è un onere importante anche per un ospedale. Infatti Ezia ed Ernesto passano lunghe peripezie prima di trovare un ospedale che accolga Massimiliano in lunga degenza. Ma il calvario è appena cominciato. Per i medici il ragazzo “comatoso” è un ingombro, perciò sarà la famiglia ad accudirlo. Fino a quando mamma Ezia comprende che in quel luogo Massimiliano non migliorerà mai. È un malato ingestibile, sottolineano tutti, ma lei non demorde: «Dopo quei mesi d’inferno, senza alcun segno che ci lasciasse sperare – racconta la donna a Tempi – ho deciso che dovevamo fare di più. Ho chiamato a raccolta mio marito e gli altri miei due figli e ho comunicato la mia decisione: dovevamo portare a casa Massimiliano. È stata dura convincerli». Medici, amici, parenti, persino il parroco: tutti tentarono di dissuaderla. Le dicevano che era una pura follia, un gesto irrazionale dettato dal dolore. «Ma Lucrezia ha lottato con tenacia e forza. È stata determinante. È lei che ci ha trainati», dice il marito. Così casa Tresoldi si è trasformata nel ricovero perfetto per un “comatoso”, con tutto il necessario per l’assistenza, ma soprattutto l’affetto. Per dieci lunghi anni, quel figlio definito «un tronco morto» ha ricevuto le visite quotidiane di amici e volontari. Tutto il paese si è riunito attorno alla famiglia. Mamma Ezia ha trovato fisioterapisti e medici che seguono il decorso della malattia, ha studiato le leggi e ha imparato a esigere dalle istituzioni tutto ciò che sulla carta è garantito a un cittadino. A casa Massimiliano è accudito tutti i giorni come un neonato, bisognoso di cure e di interpretazione, imboccato e coccolato. In questi dieci anni lo hanno portato al mare, in montagna, a Lourdes, ovunque. «Quando arrivavano i suoi amici, a me sembrava che talvolta facesse una smorfia come per sorridere», confessa Ezia. «Quando però l’ho detto ai medici, mi hanno azzittita immediatamente, per loro quelle erano solo mie fantasie. Io continuavo a non arrendermi, anche se Massimiliano non dava alcun segno palese di risveglio». Dieci anni così. Una dedizione totale. Ogni giorno Ezia prendeva la mano di suo figlio per fargli fare il segno della croce. Poi una sera, stanca, affranta, quella madre forte e determinata ha avuto un momento di sconforto: «Mi sono sfogata. Gli ho proprio detto: adesso basta, questa sera non ce la faccio. Se vuoi farti il segno della croce, te lo fai da solo. Era una frase buttata lì, rivolta più a me stessa che a lui. Ma improvvisamente Massimiliano ha alzato la mano, si è fatto il segno della croce e mi ha abbracciato. Stentavo a crederci, si era “risvegliato”». Da quel momento, giorno per giorno, Massimiliano con piccoli segni ha iniziato a dare conferma della sua presenza. La famiglia ha aspettato un po’ prima di avvisare i medici, temevano la solita faccia incredula e l’obiezione di sempre: «È impossibile». E invece il risveglio, lento, faticoso, c’è stato. E quante sorprese. A un certo punto Massimiliano cominciò a fare strani segni con la mano. Ma nessuno in famiglia riusciva a decifrare cosa chiedesse. «Fu un colpo quando capimmo che stava usando l’alfabeto muto». Il linguaggio “segreto” fatto di gesti che si impara alle elementari per “parlare” coi compagni senza farsi beccare dalla maestra. Massimiliano lo aveva ripescato dal fondo della memoria. Così, un po’ a gesti e un po’ usando quell’alfabeto, la sua capacità di comunicare col mondo è cresciuta esponenzialmente, mese dopo mese. Sono trascorsi quasi 18 anni dal 15 agosto del 1991, quando i medici sentenziarono la fine di Massimiliano. Poi la forza delle relazioni, delle parole, dell’amore ha vinto su tutto.
«Mi dispiace per Eluana» «Un giorno abbiamo intuito che Massimiliano ricordava molte delle cose vissute nel periodo di coma», racconta Ezia. «Quando ad esempio abbiamo cercato di spiegargli il passaggio dalla lira all’euro, ci ha fatto capire che sapeva già tutto. Anche alcuni fatti avvenuti a casa nostra li conosceva già. Seppure “dormiente”, aveva ascoltato, si era infastidito». Oggi Massimiliano è seguito da fisioterapisti e da una logopedista che lo sta rieducando a parlare e a scrivere. E pensare che doveva essere «un tronco morto». Come tutti in Italia, anche Ezia ed Ernesto hanno seguito la triste storia di Eluana Englaro con trepidazione e sgomento. Avrebbero voluto confrontarsi con Beppino, raccontargli la loro esperienza. Massimiliano, seduto sul divano, ha capito tutto. Ascoltando la tv, ha imparato a riconoscere la voce di quel padre e a manifestare, a modo suo, tutta la sua disapprovazione per quella scelta. Su un foglio di carta ha scritto: «Io sono contento così. Mi dispiace per Eluana». La strada è ancora lunga e il progresso è lento e faticoso, ma l’importante è che Massimiliano è rinato. I Tresoldi raccontano la loro esperienza con gioia, fiduciosi che sarà di aiuto a molti. Anche Massimiliano è contento di far conoscere la sua vicenda. Prima di salutarlo, gli chiediamo se è d’accordo che scriveremo di lui. Ci fa capire che possiamo farlo. Tra pochi giorni, partirà nuovamente per Lourdes come ogni anno. Ha scritto un messaggio da lasciare alla Madonna: «Dai la forza a mia mamma per vivere ancora a lungo».
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"LASCIATEMI GUARDARE", di Emanuele Boffi, da Tempi |
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Scritto da Emanuele Boffi
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Venerdì 15 Maggio 2009 17:24 |
«Lasciatemi guardare», le parole che rivelano la vera immagine di Ratzingerdi Emanuele Boffi Per monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino Montefeltro, il viaggio di Benedetto XVI in Medio Oriente è contraddistinto da una «serena baldanza. È un’impressione che ricavo osservandolo nelle tapp e del suo pellegrinaggio. Ha sempre atteggiamenti semplici e disponibili con tutti gli interlocutori, restituendoci un’immagine veritiera del suo carattere, così lontana da certe speculazioni giornalistiche che lo vorrebbero freddo e distante». Mentre era sulla vetta del Monte Nebo, là dove Mosè vide la Terra Promessa, il Papa ha pregato i fotografi che lo chiamavano di attendere un attimo: «Lasciatemi guardare», ha detto, volendo osservare quello stesso panorama che Dio mostrò a Mosè. Proprio in quell’occasione il Pontefice ha ribadito «l’inseparabile vincolo che unisce la Chiesa al popolo ebreo», popolo verso il quale ha voluto più volte ribadire la particolare fratellanza, anche durante la successiva visita al museo dello Yad Vashem di Gerusalemme. «Le parole di Benedetto XVI – commenta monsignor Negri – sono sempre animate dalla consapevolezza di una identità definitiva. Dentro la storia dell’umanità, alla luce della presenza di Gesù Cristo, egli sa leggere la posizione assolutamente singolare del popolo ebraico. Ebrei e cristiani hanno in comune la grande promessa di diventare il popolo del Signore. Dio è presente nel suo popolo, e questo fatto accomunerà per sempre ebrei e cristiani. Questo è l’“inseparabile vincolo” di cui ha parlato il Papa, dentro il quale esiste un mistero che riguarda la libertà, e la scelta da parte del popolo ebreo di non ritenere Gesù un compimento adeguato di quella promessa. Benedetto XVI è consapevole della diversità tra cristiani ed ebrei, ma al tempo stesso sa di essere accomunato a loro dal privilegio di essere stato chiamato a partecipare a un mistero che ci trascende entrambi».
Aiutare gli ultimi là dove sono nati I quotidiani giordani hanno definito “storica” la visita del Pontefice in Giordania. Qui Benedetto XVI ha incontrato il principe Ghazi bin Muhammed bin Talal, uno degli ispiratori, due anni fa, della celebre lettera dei 138 saggi islamici, “Una parola comune”. Davanti alla moschea di Amman ha ripreso il filo di un discorso che affonda le sue radici nella famosa lezione di Ratisbona, riproponendo ai suoi interlocutori musulmani la sfida e la “pretesa” cristiana: «Coltivare per il bene, nel contesto della fede e della verità, il vasto potenziale della ragione umana». Come ha notato anche Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, il Papa è dunque tornato a discutere col mondo musulmano ribadendo la sua volontà di instaurare un dialogo “interculturale” e non “interreligioso” (pensiero già al centro di una sua missiva al senatore Marcello Pera). «Certo – conferma monsignor Negri – il Papa individua nella sinergia tra fede e ragione l’aspetto più “provocante” per il mondo musulmano. La fede cattolica potenzia la ragione, così come un onesto percorso di ragione non può che portare alle soglie della fede. Questo è un discorso che può benissimo essere compreso dall’islam giordano che ha una storia di straordinaria intelligenza, sobrietà e rispetto verso la fede cristiana. Insomma, re Hussein non era Ahmadinejad». Anzi, proprio l’attenzione che i giordani hanno riservato a Benedetto XVI «dovrebbe farci riflettere sulla nostra incapacità tutta occidentale, intrisi come siamo di relativismo e di scetticismo, di distinguere all’interno del mondo musulmano tra Stati islamici e Stati islamici. Deve finire il tempo dell’approssimazione culturale, del considerare alla stessa stregua sovrani illuminati e manigoldi e affamatori». A questo proposito, a monsignor Negri non sono piaciuti gli slogan («nemmeno quelli cattolici») con i quali sono stati commentati i respingimenti in mare dei clandestini. «Come è stato saggiamente ricordato, nei confronti dei migranti occorre trovare una sintesi tra umanità e legalità. Ma non voglio entrare nel merito delle polemiche, anche perché sono consapevole che l’integrazione dei popoli è difficile. Vorrei, però, porre una semplice domanda: da dove scappano queste persone? Scappano da paesi verso i quali l’Occidente chiude due volte gli occhi, pur sapendo in quali condizioni quei popoli vivano a causa dei loro dittatori. Eppure si tace, o addirittura ci si inchina al loro cospetto, come è il caso del presidente Obama. Non possiamo certo sperare in breve tempo di vedere un’evoluzione in senso democratico di questi paesi, però potremmo fare qualcosa di più perché queste persone possano vivere dignitosamente là dove sono nate, senza dovere essere costrette a fuggire».
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PRIGIONIERI DELL'EUGENETICA, di Lorenzo Fazzini |
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Scritto da Lorenzo Fazzini, da Tempi dd. 07.05.2009
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Mercoledì 06 Maggio 2009 09:12 |
Prigionieri dell’eugeneticadi Lorenzo Fazzini Sopravvissuta agli esperimenti medici nazisti, amica personale di Wojtyla, Wanda Póltawska riconosce nei sogni scientisti di oggi il delirio superomistico che sessant’anni fa eliminava i più deboli «Non basta parlare della bellezza della vita: bisogna parlare della santità della vita, perché la vita umana deve essere santa». Niente più che una bella frase, se non fosse che a pronunciarla è stata una “Versuchskaninche”, una cavia medica del lager nazista di Ravensbrück. «Se qualcuno mi svegliasse improvvisamente di notte e mi chiedesse chi sono, potrebbe succedere che risponda: “Shutzhaftling siebenundsiebzig null neun”. Questo è il mio numero in lingua tedesca: 7709. E per questo non c’è rimedio». La vita di Wanda Póltawska sarebbe il sogno di qualsiasi regista cinematografico: nell’esistenza di donna polacca oggi 87enne, psichiatra, si concentrano alcune delle più drammatiche vicende del Novecento. Membro della Resistenza antinazista a Lublino, sua città natale, nel 1941, giovanissima scout cattolica, viene arrestata, imprigionata e torturata dalla Gestapo. Wanda viene quindi spedita nel lager nei pressi di Berlino e qui, insieme ad un manipolo di altre compagne polacche, diventa cavia umana per efferati esperimenti medici delle Ss: subisce continue operazioni chirurgiche sugli arti che le lasciano non solo ferite nelle gambe ma, ancor di più, una cicatrice nell’anima. Dopo la guerra diventa amica personale di Karol Wojtyla, conosciuto durante i suoi studi di medicina a Cracovia. È lui ad affidarla a padre Pio – e il miracolo avviene – quando una paralisi la colpisce negli anni Sessanta. In seguito sarà una stretta collaboratrice dell’allora arcivescovo di Cracovia: dal 1957, per 40 anni, direttrice dell’Istituto di teologia della famiglia alla Pontificia accademia teologica della città di Wojtyla, che la nomina membro del Pontificio consiglio per la famiglia e della Pontificia accademia per la vita. Non rilascia mai interviste, Wanda Póltawska. «Mi dispiace» ci dice da casa sua, a Cracovia. Quello che aveva da dire l’ha raccontato in un libro drammatico, E ho paura dei miei sogni (Edizioni dell’Orso), scritto come terapia psicoanalitica, apposta per allontanare gli incubi che, tornata a casa, la tormentavano ogni notte (il libro è uscito in polacco nel 1961, già tradotto in inglese e solo recentemente in italiano). A Tempi confida che è «sciocco e piuttosto insincero» ogni tentativo negazionista alla Mahmoud Ahmadinejad. E invita «gli italiani a vedere Katyn», il film-capolavoro di Andrzej Wajda sull’eccidio sovietico di ufficiali polacchi, «perché questo crimine è una cosa che deve essere ricordata». Come il dramma che la Póltawska porta come stimmate sulla sua pelle, cicatrici quali segni della pazzia superomistica di Hitler che pensava di rimodellare l’«umanità nuova». «È dall’uomo che dipende cosa farà di se stesso ed è per questo che alla domanda su dove sia Dio io posso contrapporre un’altra domanda: “Dov’è l’uomo?”. Non si può accusare Dio delle conseguenze dell’operare umano: quest’accusa la possono fare degli uomini ad altri uomini». Così afferma la Póltawska quando le si chiede conto della sua fede cristiana dentro l’orrore del lager. Ricco di spunti è il suo intervento “Quando la morte non vince”, pubblicato in L’eclissi della bellezza. Genocidi e diritti umani, volume che raccoglie gli atti di un omonimo convegno organizzato tempo fa a Brescia e ora edito da Fede & Cultura (pp. 185, euro20). «Finché viviamo, la linea di demarcazione tra il bene ed il male non passa tra un uomo e l’altro, passa dentro ogni uomo. Puoi anche accorgerti che, lentamente, impercettibilmente, si stia spostando verso la bestialità, ma tu, uomo libero, puoi tendere consapevolmente all’eroismo, alla santità». P roprio in forza della disumana esperienza di Ravensbrück la Póltawska ha da sempre portato avanti una causa pro-life politicamente scorretta, la lotta contro l’aborto. «Hess e i medici ginecologi: anche loro uccidono migliaia di persone, di bambini indifesi, ed essendo medici sanno bene che si tratta di esseri umani. Ma nessuno li giudica, nessuno li condanna. La legge degli uomini non difendeva e non difende i bambini». Non ha timore di sembrare irriverente, questa anziana reduce dai nazisti, a lottare per la difesa della vita innocente in nome di quella dignità umana che ha visto calpestata dagli anfibi delle Ss. Alla domanda di Tempi sul perché sia una così strenua nemica dell’aborto risponde: «Sono cattolica e ho visto dei bambini buttati nelle fiamme dai tedeschi». Wanda ricorda un episodio per lei illuminante: «Durante un congresso in Austria un medico disse di avere una domanda da fare ai teologi. Aveva un problema di coscienza, poiché aveva in frigorifero tre embrioni congelati e non riusciva a trovare una candidata ad essere madre. Non potei resistere: “Lei, collega, ha già dimenticato Norimberga, perché ha questi bambini congelati?”. Al processo di Norimberga Karl Gerardt, che aveva commissionato operazioni sperimentali sulle ragazze di Ravensbrück – e io sono tra queste – fu condannato a morte e la sentenza fu eseguita, mentre, dopo solo 50 anni, centinaia di medici effettuano impunemente esperimenti pseudo-medici su bambini indifesi. Che uomini sono? Sono diversi dalle Ss tedesche, e se sì, in che cosa? Uomini disumani, una medicina disumana, una mascolinità disumana, una femminilità disumana, semplicemente una umanità disumana: ma perché?».
«Buttavano i neonati nel fuoco» Proprio di fronte all’orrore nazista è nata la vocazione pro-life di questa indomita testimone della bellezza della vita: «Io ho iniziato il mio lavoro per difendere la vita nel campo di concentramento. Nel campo, specialmente dopo l’insurrezione di Varsavia, erano state internate molte donne incinte. I tedeschi non le facevano abortire, lasciavano che partorissero, poi buttavano i bambini nel fuoco. Io più volte ho dovuto assistere a questa scena. Allora tutte insieme ci siamo organizzate per salvare questi neonati e siamo riuscite a salvarne trenta. Devo dire che in seguito a questi fatti ho deciso di diventare medico». Nel suo racconto autobiografico, intessuto di una drammaticità asciutta, con l’autrice quasi incapace di raccontare l’orrore che ha davanti agli occhi, la Póltawska non smentisce quella fede cattolica che tanto la contrassegna: «No, non odiavo nel modo più assoluto. Si trattava di qualcosa di completamente diverso: una enorme delusione, piuttosto, per il fatto che degli esseri umani potessero fare tutto quello a cui assistevo, che ci fossero degli esseri umani così. Non sentivo odio per nessuno, ma sentivo che il perdono poteva darlo solo Dio».
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Intervista a S.Em. il Cardinale Arcivescovo Angelo Bagnasco del settimanale Tempi |
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Scritto da Luigi Amicone
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Martedì 28 Aprile 2009 16:30 |
Usate l’intelligenzadi Luigi Amicone «Certi ambienti laicisti sono spiazzati da un capo della Chiesa che parla della fede secondo ragione. Per questo lo aggrediscono». Intervista esclusiva ad Angelo BagnascoSe per una volta trovassero la strada della considerazione spassionata di ciò che ascoltano, se non proiettassero su ciò che ascoltano l’amor proprio e l’interesse dell’approvazione luogocomunista, perfino il Manifesto avrebbe capito tutto. Ida Dominijanni ha letto la prolusione del presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, e ne ha colto il succo: «Dallo “scontro di civiltà” a quello “fra due diverse, per molti aspetti antitetiche, visioni antropologiche”». Sintesi perfetta. Peccato che poi l’autrice glissi sull’argomento e non discuta l’osservazione del capo della Cei se non con una ritirata strategica in politica. E nell’accusa, incomprensibile, di «fondamentalismo ontologico». Ma insomma, cos’è questa benedetta ontologia? Può perfino essere che si annidi nella creazione di un fondo nazionale a favore dei lavoratori e delle famiglie. Fondo annunciato dallo stesso Bagnasco e istituito da una Chiesa cattolica essa stessa dipendente dalla generosa e libera carità della gente italiana (l’8 per mille) e non dal prelievo automatico dalla cassa dello Stato. Coincidenza vuole che sua eminenza ci riceva in una casa di ospitalità delle suore di Eugenia Ravasco, una milanese nobile e agiata del tempo di Manzoni, beatificata da Giovanni Paolo II nel 2003, orfana dei genitori, che rinunciò a un ingente patrimonio (e al matrimonio con un marchese) «per consacrarsi al Sacro Cuore di Gesù», ospitare nella sua casa l’“Associazione per il bene” e dedicare la vita alle scuole per i giovani e all’assistenza di ammalati e bambini poveri. Su cosa abbiamo discusso e ci siamo divisi a proposito di Eluana Englaro? Su cosa discute e si divide il Parlamento italiano in materia di disposizioni di fine vita? E poi c’è l’aborto che assedia i nuovi poveri. C’è l’annosa “emergenza educativa”. Insomma parliamo di tentativi di associazione per scongiurare il male e sostenere il bene. Personale e sociale. Al contrario di quanto faccia trasparire una certa rigidità di figura e di biografia (è stato ordinario militare e la sua severa e ieratica postura non lo dimentica), i modi del cardinale Bagnasco sono molto cortesi e affabili. Si capisce che siamo di fronte a un uomo che sa ascoltare e volentieri concede quaranta minuti della sua impegnativa giornata per rispondere a domande, anche impertinenti.
Eminenza, la lettera che Benedetto XVI ha scritto ai vescovi per chiarire le ragioni e i confini del suo “gesto di misericordia” nei confronti dei lefebvriani ha colpito tutti. Il Pontefice ha rilevato gli errori compiuti dalla stessa istituzione ecclesiale, ha spiegato il suo gesto e ha richiamato i cattolici, conservatori e progressisti, a non compiere lo speculare errore di considerare la Chiesa un fatto precedente o conseguente al Concilio Vaticano II. Ha sorpreso, inoltre, il modo particolarmente profetico, confidente, apostolico, con cui il Papa ha richiamato i fondamenti del primato petrino e chiesto l’unità del popolo cristiano, smettendola i cristiani di “divorarsi” a vicenda. Lei, a proposito di questa lettera, ha parlato di un “fatto storico”. Conferma? Confermo. Ho subito ritenuto e anche detto in alcune sedi che questa lettera passerà alla storia come la cifra di un Papa e di un papato. Di un Papa che non ha niente da nascondere di proprio e quindi non ha paura di presentarsi ai suoi confratelli nell’episcopato, alla Chiesa e al mondo intero con una straordinaria, grandiosa umiltà. In questo quadro di estrema trasparenza e umiltà disarmante il Santo Padre ha dato la corretta interpretazione del suo Pontificato e del servizio petrino. Che è per confermare la fede del popolo di Dio, per custodire e promuovere l’unità della comunità cristiana. Nello stesso tempo egli mette anche in evidenza ciò che gli sta più a cuore: la conferma della fede dei fratelli, l’unità della Chiesa, il cammino ecumenico, il dialogo interreligioso. Facendo appello a tutta la cristianità perché si stringa attorno al servizio di Pietro per questi stessi scopi.
Impressiona anche la preoccupazione del Papa circa il fatto che la fede scompare «da vaste zone della terra» e «Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini». Lo scrittore Vittorio Messori ci vede un richiamo alla priorità della fede e del Cristo storico rispetto all’istituzione ecclesiale. Cosa ne pensa? Certamente l’ansia apostolica, l’ansia evangelica che è tipica di san Paolo – «guai a me se non predicassi il Vangelo» – è l’anima dell’istituzione. Non c’è e non ci può essere una contrapposizione ma semmai una profonda unità tra quello che è il carisma dell’annunzio evangelico e quello che è l’istituzione che questo carisma, quest’anima, informa. La passione per l’evangelizzazione è propria di Pietro e si declina in Benedetto XVI all’insegna di una particolare chiarezza di predicazione e di una particolare profondità. Profondità che non è oscurità di linguaggio perché arriva al cuore di tutti in quanto l’attuale magistero petrino usa sia della fede, che è la chiave interpretativa di accesso alla rivelazione, ma anche della ragione. Per questo la figura di questo pontefice sembra suscitare in un certo mondo laicista qualche problema in più, qualche maggiore apprensione. Sentono di aver di fronte un uomo e un Papa che si presenta alla Chiesa e al mondo con il linguaggio della fede non disgiunto dalla ragione.
Da Ratisbona all’Africa, gli appelli di Benedetto a una «laicità positiva» non sembrano essere stati raccolti. Anzi. Gli osservatori e i media internazionali, dal New York Times a Le Monde, da al Jazeera a El País, hanno moltiplicato le ingiunzioni all’“abiura” e le richieste di “scuse” da parte del Papa. Il candore del Papa è disarmante e colpisce tutti, credenti e non credenti. È un candore che non ha paura ad entrare direttamente nei problemi – anche i più spinosi, i più delicati – di fronte ai quali il Papa sente la sua profonda responsabilità di pastore e di maestro a cui non può sottrarsi. Ripeto, capisco le apprensioni dei detrattori di un papato che entra nei problemi con quella mitezza e semplicità che certamente ha guadagnato e guadagna il cuore e l’attenzione di molti, cattolici o meno. Questo stile non aggressivo, aperto e, starei per dire, laico, suscita probabilmente l’aggressività e le reazioni bigotte di qualcuno. Come dicevo poc’anzi, Benedetto è il Papa della fede non separata dalla ragione. Il timore è che l’aggressione nei suoi confronti derivi dallo spiazzamento che produce in certi ambienti laicisti questa sollecitudine verso tutto ciò che è umano, quindi cristiano. Già, perché non si può proprio dire, come talvolta i superficiali usano dire, che il Papa fa semplicemente il suo mestiere, parla esclusivamente a chi ha la fede, non ci riguarda quel che dice perché non siamo credenti. Non si può più dire in modo così tranchant e sistematico che ogni parola che il Papa dice sia una parola che vale solamente per i fedeli. Non si può più dire perché il Papa usa una ragionevolezza di fondo che si presenta e si offre a qualunque uomo di pensiero, di intelligenza e di riflessione. In sintesi, la sua semplicità, il suo candore, la sua mitezza persuasiva suscitano qualche reazione particolarmente virulenta. Con la sua chiarezza, il Papa, ad esempio in Africa, ha messo il dito su argomenti di estrema importanza che vanno a toccare interessi economici e politici rilevanti. Per questo certi ambiti altolocati reagiscono con astio e irrisione.
Ambiti “neocolonialisti” come lei ha detto alla Cei? È lo stesso Papa Benedetto che ha parlato di “neocolonialismi” e questa parola deve far riflettere il mondo occidentale. Mi chiedo se questo polverone creato attorno a un brevissimo passaggio sui preservativi – fatto sull’aereo che lo portava in Africa e nel contesto di una conversazione con i giornalisti, esponendo nel merito nient’altro che la posizione della Chiesa di sempre, nulla di nuovo – non puntasse a distogliere l’attenzione sugli altri temi, decisivi, che il Papa ha toccato nel suo viaggio.
Sta dicendo che l’incomprensione è voluta? Che è la ricaduta politica delle dichiarazioni del Papa a impedire una discussione schietta delle sue posizioni? La fede ha sempre una dimensione e quindi una ricaduta pubblica, sociale, che si riflette nei diversi campi della vita, dalla politica all’economia, dalla cultura alla finanza. La dimensione comunitaria, che va oltre il privato delle singole persone, è parte costitutiva della fede. Non ha senso per la persona e non è concepibile nella storia una fede confinata nel privato. L’interpretazione privatistica della fede e quindi una visione della Chiesa confinata nel mondo della sacrestia o dentro il recinto sacro è una concezione che, qualora vi sia, non è conforme al Vangelo né alla presenza della Chiesa nella storia. Certamente il fatto che la fede ricada sul vissuto, sia delle persone, sia delle società, dei popoli, delle culture, non dovrebbe spaventare. E non dovrebbe diventare una preclusione ascoltare il magistero della Chiesa. Non dico di accogliere tale magistero, dico semplicemente di ascoltarlo per potersi poi confrontare serenamente in modo non pretestuoso e non pregiudizialmente polemico. Restare fermi alla preclusione non è una posizione intelligente, di apertura alla realtà, comunque si configuri, che poi uno può accettare o respingere. Il primo atto dell’intelligenza è riconoscere che la realtà ci precede.
Perdoni la brutalità, ma la Chiesa dimostra di avere maggior feeling con il governo Berlusconi rispetto a quello precedente. È giusto che la Chiesa sia schierata da una parte? La Chiesa è sempre schierata da una parte: dalla parte di Cristo e quindi dell’uomo. Perché l’uomo è amato da Dio ed è redento. La Chiesa continua la missione di Cristo e quindi è schierata dalla parte dell’uomo perché Dio si è schierato dalla nostra parte. E Cristo crocifisso è la prova storica di questo parteggiare di Dio per l’umanità, così com’è, per salvarla. Quanto a ciò a cui lei allude bisogna distinguere. La Chiesa, il Santo Padre, i vescovi ricevono chiunque si presenti nei modi dovuti alle udienze. Tanto più se queste persone rivestono cariche civili e istituzionali. Il rispetto per le istituzioni fa parte dello stare al mondo della Chiesa. Quanto al resto, invece, la Chiesa non sposa parti politiche, ma pronuncia le sue valutazioni alla luce del Vangelo, della dottrina e dell’insegnamento sociale sui singoli valori e le scelte che i parlamenti, comunque siano composti, fanno.
Faccia conto di avere davanti un lavoratore pendolare. Apro uno di quei giornali che regalano in stazione e leggo che i sondaggi danno ragione ai detrattori del Papa. Le cancellerie internazionali confermano le critiche a Benedetto («Le sue frasi sul preservativo sono pericolose per la salute pubblica»). Gli italiani non sono d’accordo con la Chiesa. Se lei fosse il pendolare che mi siede accanto, come commenterebbe queste notizie? Suggerirei di leggere il Vangelo, dove Gesù non ha misurato la verità della sua predicazione con il consenso delle folle. Le quali a volte erano consenzienti. O mostravano di esserlo. Altre erano all’opposizione. Spesso nel rifiuto. Basta pensare al discorso sul pane della vita: chi non mangia la mia carne e non beve del mio sangue non avrà la vita eterna. Tutti se ne sono andati. E Gesù li ha lasciati andare. Nella fattispecie, se vogliamo accennare al caso che tante polemiche ha suscitato, le parole del Papa sui preservativi, mi è stato riferito di illustri studiosi e comunque operatori impegnati in prima linea nella ricerca e lotta contro l’Aids, che hanno espresso pieno accordo con le parole del Pontefice. È il caso per esempio di un autorevole ricercatore di Harvard (Edward Green, direttore dell’Aids Prevention Research Project della Harvard School of Public Health and Center for Population and Development Studies, vedi ilSussidiario.net e Il Foglio del 25 marzo, ndr). Mi pare quindi che a volte certe contestazioni sono un po’ enfatizzate. Ci sono, per carità, le critiche ci sono e sono legittime. Il problema è che spesso vengono presentate come universali quando in realtà sono unilaterali.
Anche a proposito del caso Englaro ha parlato di un “fatto storico” che contraddice secoli di civiltà. Qual è il suo bilancio di questa storia e cosa pensa della legge che si appresta a varare il Parlamento? Innanzitutto rimane un grande dolore. Perché è successo quello che si sperava non accadesse mai nel nostro paese. Il dolore non dovrebbe passare. Non dovrebbe passare in fretta. Non dovrebbe passare mai. È una ferita che deve lasciare il segno per farci più attenti e pensosi, più lucidi e meno ideologici nell’affrontare il grande tema della vita e della morte. Le circostanze, determinate dalla Cassazione e dalla magistratura in genere, come a tutti è noto, hanno indotto ad auspicare una legge che preveda che non si possa interrompere l’idratazione e l’alimentazione in modo che non debbano più accadere tragedie come quella di Eluana. Una legge che sia veramente promotrice della vita, soprattutto della vita fragile, che solleciti la società ad accompagnare la vita ferita. Senza permettere, come il Santo Padre ha detto, che ci siano scorciatoie come quella dell’eutanasia, o di altra natura, che non portano il bene della persona. Tutta la società deve coinvolgersi in un impegno ulteriore, in un supplemento di amore, di sacrificio, di cura, di presa in carico, che costituisce il criterio per giudicare la civiltà di una comunità umana.
Non si può negare, però, che anche nella comunità ecclesiale siano emerse critiche e divisioni rispetto alla linea espressa dal Papa, dai casi Eluana e lefebvriani alle ultime polemiche sul condom. Guardi, lo scorso settembre si è svolto il sinodo mondiale dei vescovi. È stata un’esperienza di grazia straordinaria, una specie di Concilio in miniatura. Ora, se c’è stato un ritornello tra le moltissime testimonianze ascoltate e che ha attraversato le tre intense settimane, è quello che ha invitato a riprendere la Costituzione dogmatica Dei Verbum del Concilio Vaticano II. Costituzione che ricorda che la parola di Dio è Gesù Cristo, il quale ci parla nella duplice voce della parola scritta, la Sacra Scrittura, e della parola tramandata, la Tradizione. Entrambe queste forme, scritta e tràdita, sono affidate al magistero della Chiesa. Basterebbe che la formazione dei cristiani mantenesse ben salda questa verità della fede ribadita dal Concilio Vaticano II e ripresa fortemente dal Sinodo perché certe sbavature non si ripetano.
Eminenza, a proposito di formazione, non le sembra paradossale che ci siano “scuole” laiche che seguono il magistero petrino con più attenzione di tante altre religiose? Penso all’accademia giornalistica del Foglio di Giuliano Ferrara e a quella cattolica del San Raffaele di Milano… Senza entrare nel merito delle persone e istituzioni citate, torniamo all’eccezionalità della figura di questo Pontefice. Che mostra una grande capacità di comunicazione della dottrina che presenta ai diversi uditori come plausibile. Chiunque rifletta sul suo insegnamento, qualunque sia la posizione in cui si trova, comprende che ci può essere una consonanza anche tra persone che dichiarano di non avere una fede particolare.
Nella sua prolusione lei invita vescovi e fedeli a usare “gli strumenti”. A cosa si riferiva e qual è la preoccupazione che soggiace a questo richiamo? Gli strumenti che il mondo cattolico ha sono notevoli e alla portata di tutti. Mi riferisco innanzitutto al patrimonio di letteratura, filosofico, teologico che è a disposizione. Ma anche agli strumenti a cui tutto il popolo di Dio può accedere tranquillamente e facilmente come il Catechismo della Chiesa Cattolica, il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, naturalmente la Bibbia… E poi ancora, al livello più diffuso, ci sono i mezzi di comunicazione, riviste cattoliche di larga diffusione, Avvenire e l’Osservatore Romano, la tv Sat 2000, Radio inBlu… Sono strumenti molto semplici ma anche molto documentati, di facile accesso e di grande utilità.
Proprio su Avvenire si è letto un intervento del cardinale Angelo Scola: stiamo attenti, ha detto il patriarca di Venezia, da una parte a non intendere il cristianesimo come religione civile, dall’altra a non ritrarci in un irenismo che annuncia Gesù ma si ritira dalle questioni civili e culturali. Si può dire che laici, associazioni e movimenti debbano oggi assumere nuove responsabilità? Tutta la comunità cristiana ha la responsabilità di incarnare la fede nella storia! Ben sapendo che la fede non può essere al servizio di una religione civile. L’altare non può e non deve essere al servizio di nessun trono, e viceversa, in nome del principio di lacità la cui radice è nel Vangelo: Cesare e Dio. Chi tentasse di rendere il cattolicesimo una religione civile farebbe una operazione scorretta che la Chiesa non potrebbe mai sposare. D’altra parte, testimoniando il Vangelo nella propria vita e ispirando le realtà temporali, come ricorda il Concilio Vaticano II, alla luce del Vangelo, la comunità cristiana esprime quella ricaduta della fede nella vita personale e nella vita sociale, nella cultura e nella società, che è intrinseca al Vangelo. Perché il Vangelo di Cristo è l’espressione dell’incarnazione del Figlio di Dio nel mondo, nella storia così com’è. Quindi non può non essere incarnata la fede, non può non illuminare dall’interno le realtà umane. Perché? Perché Dio si è incarnato. Perché Dio si è fatto uomo per salvare non solo tutti gli uomini, ma per salvare tutto l’uomo in tutte le sue dimensioni e in tutte le sue espressioni.
Anche Tony Blair è stato insultato semplicemente perché ha creato una fondazione che si occupa del fatto religioso e inaugurato una “colonna della fede” sul New Statesman, storica rivista dei laburisti inglesi, dove ha scritto che così come l’ideologia è stata protagonista del secolo scorso, nel XXI saranno le religioni a fare la differenza e il bene comune. È l’Europa che deve fare questa riscoperta riscoprendo tutto il resto del mondo! Perché fuori dall’Europa la religione non è ostracizzata. Ma è inclusa, riconosciuta, valorizzata, proprio nella costruzione della società civile e della cultura. Quanto più l’Europa pretende di cancellare Dio dal suo orizzonte, tanto più questo atteggiamento determina nel resto del mondo un clima di sospetto. E anche di deprezzamento. Questo è un fatto. D’altra parte negare il valore della dimensione religiosa nella persona, con la ricaduta che ha nella società – perché la persona non può vivere scissa tra privato e pubblico, la persona è sintesi non schizofrenia tra privato e pubblico – vuol dire andare fuori dalla realtà. Finito il tempo delle ideologie, l’Europa dovrebbe riconoscere con molta onestà intellettuale che la dimensione religiosa fa parte dell’impasto dell’uomo e quindi fa parte dell’impasto della società. Con le debite distinzioni, appunto, Cesare e Dio, ma anche senza separazioni e neutralismi…
Come dimostra il viaggio di Benedetto XVI in Africa… Ma quello che abbiamo raccontato noi qui in Europa è diverso da ciò che è accaduto davvero in Camerun e Angola tra il Papa e il popolo. Certo. E questo succede proprio perché c’è un filtro pregiudiziale. E forse anche un filtro determinato da interessi di tipo politico ed economico. Per cui è bene oscurare certe tematiche che il Papa ha annunciato con molta forza e chiarezza nel mondo africano e che interessano il mondo occidentale proprio nel suo rapporto con l’Africa.
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L'ora del sostegno al Vicario di Cristo |
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Scritto da Roberto De Mattei
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Lunedì 09 Marzo 2009 10:38 |
Radici Cristiane n. 42 - Marzo 2009 - di Roberto de Mattei | www.radicicristiane.it L'ora del sostegno al Vicario di Cristo Le nubi che si sono addensate su Papa Benedetto XVI e sulla Santa Sede dopo la revoca della scomunica contro i quattro vescovi della Fraternità San Pio X sono l’inquietante preannuncio di più gravi tempeste pronte a scatenarsi sulla Barca di Pietro.
Iniziamo dai fatti. Nella Chiesa Cattolica esiste un “caso Fraternità San Pio X”, esploso il 30 giugno 1988, dopo la consacrazione di quattro vescovi (Bernard Fellay, Alfonso de Galarreta, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson), da parte di mons. Marcel Lefebvre.
La Santa Sede considera tali consacrazioni valide, ma illegittime, perché avvenute contro la volontà pontificia. Il Codice di Diritto Canonico prevede in questi casi la scomunica “latae sententiae”. Questo provvedimento, formalmente dichiarato il 1 luglio 1988, è stato revocato, il 21 gennaio 2009 da un Decreto della stessa Congregazione per i Vescovi che lo aveva emanato.
La Chiesa ha una sua legge interna, il Diritto Canonico, che regola la vita di ogni battezzato e, a maggior ragione, di ogni religioso e sacerdote. Di fatto, dal 1988, il movimento che fa capo ai quattro vescovi consacrati da mons. Lefebvre ad Ecône si muove al di fuori delle strutture ecclesiastiche e della legge canonica della Chiesa, amministrando in piena autonomia sacramenti come il Matrimonio e la Penitenza, che esigono un preciso mandato giurisdizionale.
Il Papa, rimuovendo la scomunica, non ha sanato la confusa situazione canonica in cui si trova la Fraternità San Pio X, ma ha voluto dare un chiaro segno della sua buona volontà di risolvere il problema, nell’interesse della Chiesa universale.
Si tratta innanzitutto di un problema di riconoscimento della suprema autorità di governo della Chiesa di Roma. «Con questo atto – si legge nel decreto – si desidera consolidare le reciproche relazioni di fiducia e intensificare e dare stabilità ai rapporti della Fraternità San Pio X con questa Sede Apostolica».
L’intenzione del gesto è dichiarata dallo stesso Pontefice: facilitare la ricomposizione di una dolorosa frattura all’interno della Chiesa, chiedendo altrettanta buona volontà all’altra parte. È chiaro che si è trattato di un gesto unilaterale, che non risolve il “caso” della Fraternità San Pio X, ma si propone di favorirne la soluzione. Nessuno può dubitare della retta intenzione del Papa, e tanto meno del suo diritto, come Sommo Pontefice, di esercitare il suo potere all’interno della Chiesa.
Il problema naturalmente non è soltanto di ordine giuridico. La situazione di anarchia canonica in cui versa la Fraternità ha la sua origine in due questioni di fondo che per molti anni sono rimaste irrisolte sul tappeto. Il problema della valutazione del Concilio Vaticano II e quello della legittimità della Messa secondo il Rito Romano Antico. Ma proprio a questi due problemi si riferiscono due tra gli atti più significativi del Pontificato di Benedetto XVI.
Per circa quarant’anni, dopo la conclusione del Concilio Vaticano II, la teologia progressista ha affermato l’esistenza di una “discontinuità” tra la Chiesa “costantiniana” e l’era conciliare, inaugurata dal pontificato di Giovanni XXIII. Con l’epiteto spregiativo di “tradizionalisti”, ma anche di “lefebvriani”, venivano indicati tutti coloro che non rinunciavano alla Tradizione e volevano rimanere fedeli al Magistero perenne della Chiesa, ai suoi insegnamenti morali e ai suoi usi liturgici.
Nel suo ormai storico discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, il Papa ha frantumato la mitologia progressista, affermando che il Concilio Vaticano II deve essere interpretato secondo l’ermeneutica della “continuità”, ovvero alla luce della Tradizione. Il Papa assicura dunque, e nessuno meglio di lui ha il diritto di farlo, che i documenti conciliari possono e debbono essere letti solo in coerenza con il Magistero immutabile della Chiesa. Ciò non toglie che il Concilio possa essere giudicato, sul piano storico, per le sue conseguenze all’interno della Chiesa.
Il Motu Proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007 ha da parte sua ribadito che il Rito Romano non è mai stato abrogato e che ogni sacerdote ha il pieno diritto di celebrarlo, in qualsiasi parte del mondo. La Messa tradizionale è stata dunque pienamente riabilitata.
Il decreto di revoca della scomunica è stato firmato il 21 gennaio, ma l’annuncio, anticipato da qualche indiscrezione, è stato reso ufficiale il 24 gennaio. Poche ore dopo la firma del documento, l’emittente pubblica svedese SVT mandava in onda un’intervista sul negazionismo dell’olocausto ebraico, registrata quasi tre mesi prima, a uno dei quattro vescovi mons. Richard Williamson. Si trattava di una bomba a orologeria innescata perché scoppiasse esattamente all’indomani del gesto di riconciliazione del Papa con la Fraternità San Pio X. A partire dal 25 gennaio, per circa due settimane, i giornali di tutto il mondo hanno sovrapposto il “caso Williamson” all’evento della revoca della scomunica.
L’obiettivo non era mons. Williamson e neppure la Fraternità San Pio X, ma la persona stessa del Papa, colpevole di una ennesima “apertura” nei confronti del mondo tradizionale. La manovra mediatica montata a partire dall’intervista è analoga a quella messa in atto per squalificare Pio XII, accusato di collusione con il nazismo e i suoi crimini.
Il sillogismo si presenta in questi termini: Papa Pacelli, ultimo esponente di una concezione arcaica e reazionaria della Chiesa fu complice del nazismo. Benedetto XVI, che vuole restaurare la Chiesa pacelliana, è complice di chi oggi, negando l’Olocausto, si fa erede dei crimini del nazismo.
A nulla valgono le precisazioni della Santa Sede, che ricorda come la remissione della scomunica nulla ha che vedere con la legittimazione delle posizioni negazioniste, da Benedetto XVI chiaramente condannate. A nulla valgono le stesse dichiarazioni del superiore della Fraternità mons. Fellay, che ha imposto il silenzio a mons. Williamson ed espulso un sacerdote “negazionista” dalla Fraternità.
Che cosa si esige da parte di coloro che affermano che, con il Concilio Vaticano II, la Chiesa ha finalmente superato l’epoca dell’Inquisizione, dell’intolleranza e delle censura? Si pretende forse che la Chiesa aggiunga al Credo di Nicea, che ogni domenica viene recitato nelle chiese, l’articolo di fede nell’olocausto ebraico? Si chiede che nei confronti degli “eretici” che mettono in discussione il genocidio del popolo ebraico si applichino con severità quelle misure canoniche che sarebbe giudicate retrive e inammissibili se esercitate verso chi nega l’infallibilità o l’Immacolata Concezione della Madonna? Ciò che in realtà si esige dalla Chiesa non è la dissociazione dalle tesi “negazioniste”, che mai essa ha fatto proprie, ma la sua dissociazione dalla Tradizione e la rinuncia ad esercitare pubblicamente e con pienezza la sua missione di Governo e di Magistero.
La missione della Chiesa non si esercita sui fatti storici e non si limita alla condanna dei crimini e dei genocidi. Custode della fede e della morale, la Chiesa risale agli errori ideologici che di quei crimini costituiscono le cause. Condannando, nel 1937, il comunismo con l’enciclica Divini Redemptoris e il nazionalsocialismo con la Mit Brennender Sorge, la Chiesa prevedeva le nefaste conseguenze che avrebbero avuto i sistemi totalitari, proprio mentre tanti altri Capi di Stato e di Governo democratici si illudevano di patteggiare con quei regimi. La Chiesa ebbe nei campi di concentramento nazisti i suoi martiri, come san Massimiliano Kolbe e santa Teresa Benedetta della Croce, e nella resistenza al nazismo i suoi eroi, come il beato cardinale Clemens August von Galen.
Oggi un terribile olocausto è in atto, quello del popolo dei non nati, milioni di vittime sacrificate ogni anno, mediante aborto, agli altari dell’edonismo contemporaneo. La Chiesa denuncia le drammatiche conseguenze del relativismo contemporaneo, ma essa, invece di essere ascoltata, è posta sotto accusa e sottoposta a linciaggio mediatico.
Eppure, in questo inizio di XXI secolo, la Chiesa Cattolica, rappresentata da Benedetto XVI, si erge come la sola autorità morale che possa parlare in termini di principi e di valori, di vita e di morte delle anime e dei corpi.
È l’ora di un grande movimento di sostegno e di solidarietà verso il Capo della Chiesa, nella certezza che nuove e più drammatiche tempeste giungeranno, ma che niente e nessuno riuscirà a sopprimere questa voce che si leva verso l’eternità. (www.radicicristiane.it) |
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Ultimo aggiornamento Martedì 28 Aprile 2009 11:03 |
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